La canzone popolare al Parco della Certosa | 12 settembre 2015 | dalle 20;00

IL FESTIVAL

 IIIº Festival Gabriella Ferri (2015)

home-imgCantare Roma non è facile né scontato. Stabilire una linea che unisca la tradizione di 500 anni di musica popolaresca con ciò che oggi è sul mercato é ancora più difficile. Ebbene, Gabriella Ferri è certamente questa linea, una filo che unisce il Concorso della Canzone Romanesca, che a fine Ottocento si teneva per la festa di San Giovanni, il 23 giugno, Lina Cavalieri, Ettore Petrolini, con la Roma di oggi, sbandata e ferita, nella quale la romanità della parlata, che non si vuole mettere alla pari col dialetto romanesco, resta l’unica traccia resistente della tradizione di secoli. Gabriella Ferri è stata, insieme a Gigi Proietti, a Renato Rascel, a Claudio Villa e a Lando Fiorini, la punta dell’iceberg che emergeva. Ma al contrario degli altri colleghi, manieristici e scherzosi, spesso contemporaneamente sboccati e affettati, Gabriella Ferri era passione pura. Lei, che “una voce, una faccia, un clown”, come l’aveva definita Federico Fellini, ci ha conquistato incondizionatamente, lei che vorremmo guidasse i nostri passi e la ricerca di una nuova Roma da cantare.

Cantare Roma non è semplice e neanche è detto che lo si possa fare solo in romanesco, e la musica popolaresca non necessariamente si riconduce solo al folclore. Questa almeno è la tesi di Paolo Fusi, passionario che questo Festival ha fortemente voluto e dirige per il terzo anno consecutivo. Fondamentale è stato l’incontro e il sostegno da parte degli abitanti e del comitato di quartiere della Certosa, cittadini visionari di un istmo di socialità stritolata tra Casilina, Torpignattara, Tuscolana e ferrovia Roma-Napoli. Un luogo di riferimento scelto non a caso ma in quanto espressione della Roma “contro” degli ultimi duecento anni. Quella che si è opposta al dominio temporale del Vaticano e che, illusa dai garibaldini, venne umiliata prima dall’unificazione e poi da generazioni di palazzinari fino agli ultimi eclatanti ed evidenti affronti saliti agli onori della cronaca e politica nera. Abitanti di una Roma che resiste che vedono nella musica popolaresca un collante, una lingua franca, il comune senso di appartenenza, la passione personale e politica. Ci si deve battere per sopravvivere, ci si deve battere per farlo insieme, e non nell’angustia dell’individualità e della solitudine. Gabriella Ferri era l’inizio del mutamento. Non si specula sul suo nome, ma si parte da lei per piegare il Festival a questa musica romana in divenire, alla ricerca di altro, ed in quell’altro rispecchiando sempre se stessa. Il Festival Gabriella Ferri è espressione di questa passione. senza la pretesa di voler essere necessariamente esaustivo e omnicomprensivo, è una bellissima occasione di festa, una sera per sognare, per abbracciare ed essere abbracciati. E per cantare insieme.

Il Massimo comune divisore di questa terza edizione è il pop nella sua accezione di “POP/olare”. Pop è la strada imboccata dai giovani TRANSMISSION con influenze che spaziano dalla musica classica alla trance più tribale, dal blues all’elettronica e che si muovono con disinvoltura tra testi in italiano e in inglese. Sono Lorenzo Masini alle chitarre, voce, tastiere e strumenti etnici, Giovanni Narici al basso e voce, Jawe de Pietto, l’uomo della ritmica, suona la batteria, percussioni e beatbox e infine Alfredo De Luca alle tastiere, chitarre, voce, ukulele, percussioni. Band giovanissima che suona in ogni luogo della capitale che abbia una programmazione live, attualmente impegnata nella scrittura del loro primo album.

Tra italiano, inglese e improvvisazioni strumentali si muovono anche Sebastiano Forte e Federico Leo, i TU. Due bravissimi musicisti un po’ meno giovani dei primi (non ce ne vorranno) e grandi collezionisti di titoli: quelli di primi e di ultimi classificati ai concorsi musicali, quelli dei diplomi di grafica e montaggio video, quelli di lauree specialistiche e di diplomi al conservatorio. Da qui si evince quanto siano preparati e titolati per improvvisare solo suonando. Etichettabili nella categoria power-duo batteria e chitarra, hanno il baricentro ben piantato tra Torre Angela e Centocelle e nonostante le terre di origine di entrambi siano nell’Italia del sud, quelle del loro sound sono ben piantate negli anni ’60 con un’attenzione privilegiata a quello che veniva dall’oltre manica. Possiedono con una cifra ironica a tutto tondo che spazia dai testi, ad ogni materiale prodotto, fino alle trovate ad effetto dei loro live show. Basti pensare al titolo del loro album di esordio “Non avrai altro duo all’infuori di“ per rendersene subito conto.

Scanzonata e clownesca come la Ferri è poi la volta di Alice Conti, in arte ORTIKA, accompagnata alla chitarra da Daniele Turconi, con cui porta in scena Amy&Blake: concerto per le ultime parole d’amore. Amy Winehouse e Gabriella Ferri si incontrano all’inferno. La Ferri parla in romanesco. “Ammazza, aò. Ho sentito la robba che fai…” La Winehouse no e non capisce. Si accendono i riflettori sulle donne che cantano la musica popolare e che sembra soffrano in un modo differente rispetto ai loro colleghi cantanti uomini. Pensiamo a Mia Martini e a come ha sofferto, pensiamo a Gabriella Ferry, a Janis Joplin e anche a Amy Winehouse. Winehouse è un simbolo, un’icona planetaria dello ‘sfascio’, un talento musicale ineguagliato, che illumina di ridicolo le stelline superficiali della discografia contemporanea. Amy – a dispetto del suo ingombrante scompigliato personaggio – è autrice di tutti i testi delle sue canzoni, quello di Alice Conti è un racconto ironico e spietato delle sue disavventure molto, anzi, troppo umane.

Una seconda pièce musicale vede sulla scena PAOLO FUSI & THE OSAMA SISTERS. Albina&Nerone è uno spettacolo di teatro canzone in dialetto romanesco che mette in luce le contraddizioni fra lo spirito carbonaro dei romanetti del 1849 e la realtà quotidiana della Roma di oggi, una Roma divenuta borgata ovunque e che ha ormai quasi del tutto perso quella forza di combattere una vita apparentemente insopportabile con il sarcasmo, con la battutaccia, con la capacità di dipingere la realtà delle cose più piccole e sordide in modo eroico. Albina, è la Fatina dell’Anagnina. Chiede l’elemosina al capolinea della metro A e porta sempre con se il suo piccolo orco Nerone, oramai troppo cresciuto. Un viaggio onirico e surreale nei meandri di una città in cui l’unica costante è il delirio, la fatica, la miseria culturale prima ancora che economica. Con ironia affettuosa e quasi ingenua, conosciamo personaggi che ci fanno ridere e che subito amiamo e rendiamo mitici come il gigolò Crescenzi, che si è messo a fare il ladro d’appartamenti perché la pubalgia gli ha troncato la carriera o come le eroine del tramvetto di Grotte Celoni, romanette doc che, quando vedono un uomo bianco che parla con l’accento di Bracciano, lo prendono per un marziano. Ad affiancare Paolo Fusi alla voce e chitarra, ci saranno Augusto Ferretti alle tastiere, Emanuele Cannatella al sassofono e alla voce, Matteo Marchi alla batteria e Leonardo Marcucci alle chitarre e al basso elettrico.

Conclude la serata la MAXMABER ORKESTAR ancora nel segno della musica pop-popolare. Da Trieste, il porto austroungarico dove la Mitteleuropa incontra il Mediterraneo, una città che è passaggio naturale tra l’Est e l’Ovest della vecchia e stanca (?) Europa. Voci, fisarmonica, sax, violino, chitarre, batteria e basso conducono il viaggio attraverso la tradizione popolare dell’Europa orientale e del Mediterraneo. Klezmer, vecchie canzoni italiane e jugoslave, valzer e mazurche, musica rom, sevdalinke bosniache e danze dalla Serbia e dalla Macedonia si intrecciano in un sound allegro e malinconico allo stesso tempo. Storie di viaggi e vagabondaggi attraverso tutta Europa, dalla Sicilia al Mare del Nord, dalla Spagna ai Balcani, suonando un repertorio originale, cantando in dialetto triestino. La stessa miscela di energia che hanno già portato in tutti i Busker festival possibili e immaginabili fino a palcoscenici prestigiosi come quello di Avignone o del Lethargy Festival a Zurigo. La Maxmaber Orkestar è composta da Alberto Guzzi al sax soprano e voce, Max Jurcev alla fisarmonica e voce, Lucy Passante Spaccapietra al violino e voce, Matteo Zecchini alle chitarre e voce, Fabio Bandera al basso e voce e Alessandro Perosa alla batteria.

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